Sport - Calcio. Pasquale Casale tra presente e futuro

Incontriamo, per i lettori del Corriere dell’Irpinia, Pasquale Casale, giovane allenatore cervinarese con un prestigioso passato da calciatore professionista con Avellino, Napoli, Pisa, Catania, Lucchese e Cagliari. Curriculum impreziosito anche dagli ottimi risultati ottenuti sulle panchine di Ischia, Avellino (1996/97, ndr), Juve Stabia, Atletico Catania e Gela, dove il più delle volte, dovendo subentrare a stagione già compromessa, ha realizzato dei veri e propri miracoli.

– Salve, Mister Casale, il suo ritorno su una panchina professionistica è stato segnato da un successo entusiasmante, ossia la salvezza in serie C1, senza passare dalla roulette russa dei play-out, con il neo promosso Gela Calcio. Dopo questo traguardo conquistato in terra siciliana, quali sono le sue prospettive future?
«Le mie, per adesso, sono prospettive di attesa. Molto probabilmente, se non ci sarà il Gela nel mio futuro, dovrò aspettare qualche chiamata a campionato in corso. Finora circolano i nomi di molti allenatori, anche nuovi, ma non il mio».

– Il calcio è scoppiato. Il business del calcio moderno ha stravolto l’essenza dello sport più amato dagli italiani. Lei, mister Casale, che ha anche una pluriennale esperienza nel settore giovanile ed ha vissuto un calcio dal sapore diverso, come vede il calcio del domani?
«Ho un’idea tutta mia del calcio di domani. A mio avviso dovrebbe esserci da un lato un calcio prettamente professionistico, dall’altro un settore dedicato ai giovani sul modello americano. Solo in questo modo le risorse destinate al settore giovanile saranno utilizzate al meglio. E’ una proposta forte la mia, ma penso che in quest’ambito gli sport americani sono più avanzati dei nostri. Loro dividono nettamente il mondo dilettante giovanile da quello professionistico, proprio per distribuire meglio e più efficacemente, partendo anche dalla scuola, le risorse economiche. I risultati infatti si vedono, dato che hanno sempre avuto atleti di grande valore. Forse questa sarebbe la strada da seguire, lasciare il professionismo ai club importanti e formare dei settori a parte dove grandi società di settore giovanile possono curare meglio i ragazzi».

– Parliamo dell’Avellino. In passato la società biancoverde usò uno slogan semplice e diretto: “Avellino agli avellinesi”. Lei come tesserato dell’Avellino ha davvero ricoperto tutti i ruoli, da calciatore in serie A ad allenatore in prima squadra e della prestigiosa Primavera, inoltre è irpino e attaccato alla propria terra. E’ mai stato contattato dall’attuale Società per contribuire alla rinascita del calcio targato Avellino?
«La cosa strana è proprio questa. E’ una domanda che mi piace perché a volte sono io a pormela. Spesso sento dire che ad Avellino c’è bisogno di qualcuno che vuole bene a questa maglia, che sia onesto, competente e che sia stato giocatore in passato. Vedo che forse questa politica si adotta in tutti i contesti, ma nel calcio, se si facesse una graduatoria su queste basi, penso che pochissime persone avrebbero delle chance con l’Avellino. Purtroppo, nonostante i requisiti essenziali dovrebbero essere questi e sebbene conosca bene Marco Pugliese, anche per rapporti extra-professionali, stranamente non vengo mai citato. Evidentemente non è questa la strategia della società, perché magari si ricerca un allenatore di grido che possa portare i tifosi allo stadio. Il mio sogno, però, resta sempre quello di vincere sulla panchina dell’Avellino».

– Una parte dell’esigente piazza calcistica avellinese la segue con interesse e la vedrebbe come futuro allenatore della compagine fondata nel 1912. Che rapporto ha con la tifoseria irpina?
«Un ottimo rapporto. Non ci sono mai stati contrasti tra me e la tifoseria quando ho lavorato qui. Ora fa immensamente piacere sapere che una fetta di supporters avellinesi mi rivorrebbe sulla panchina dei lupi. Molto probabilmente si ritrovano con quelli che sono i miei principi, operando cioè con gran correttezza e cercando di fare il meglio dal punto di vista professionale nel rispetto di tutti».

– Ricordiamo un triste episodio, legato alla tragedia che colpì Cervinara nel dicembre 99. Lei all’epoca sedeva sulla panchina della Fidelis Andria e pochi giorni dopo, in terra pugliese, incontrò proprio l’Avellino (2-1 il risultato finale con gol di Spinelli, Pizzulli e Zirafa, ndr). La Curva Sud espose uno striscione “Cervinara risorgi!”. Come ricorda quel difficile momento?
«Ricordo soprattutto che partii di corsa da Andria per venire a prendere i miei figli e portarli con me, anche perché dal di fuori sembrava una cosa molto più grave di quanto in realtà non fosse, nel senso che tutto il paese sembrava invaso dalle acque, ma fortunatamente non fu così. Non furono momenti facili, ma avere la famiglia vicino riuscì a rasserenarmi. Il caso volle che la domenica giocassi proprio contro l’Avellino e quello striscione mi fece sicuramente piacere. Ad ogni modo, non persi la concentrazione e la determinazione, perché per l’Andria si trattava di un match importantissimo, e riuscimmo a fare risultato pieno. Riguardo alla mia esperienza con la Fidelis Andria, mi piace sottolineare, perché purtroppo anche questo lo dimenticano, che dal punto di vista tecnico fu un anno bellissimo. Rivoluzionai quasi totalmente l’organico, puntai su giovani come Santoruvo, Biso e Zaminga e recuperai alcuni giocatori d’esperienza come Biffi. Impostai la squadra per il futuro, ma molto probabilmente i Fuzio (proprietari dell’Andria, ndr) non n’erano a conoscenza perché, nonostante i risultati clamorosi ottenuti con Avellino, Palermo e Ascoli, una battuta d’arresto casalinga mi costò la panchina».

– Per concludere, un giudizio tecnico sulla gestione dello spogliatoio da parte di Colomba e sull’ultima, balorda, stagione del Lupo nel campionato cadetto, dove gli unici ad uscirne a testa alta sono stati gli impagabili tifosi.
«La squadra ad inizio di campionato mi piaceva. C’erano, però, alcuni giocatori che come ruolo l’Avellino non ha ritrovato, come i Docente, gli Allegretti, gli Albino, quest’ultimo tra l’altro non era nemmeno un trequartista. Ho sempre sostenuto che il problema riguardava avere gente come Monticciolo, ma in grado di poter fare un campionato intero. C’era bisogno di una struttura di centrocampo che potesse dare più possibilità in attacco alla squadra. Forse si è cambiato un po’ troppo affrettatamente. Per quanto riguarda Colomba, penso che per valutare il lavoro di un allenatore bisognerebbe conoscere i patti stabiliti in partenza con la società. Se per esempio viene un tecnico ad Avellino dicendo che deve vincere il campionato e non ci riesce, anche se fa tantissimi punti, ha fallito. Se Colomba, quindi, aveva promesso una salvezza sicura, si può valutare non positivamente il suo lavoro. Ma se rientrava negli accordi con la dirigenza tentare una salvezza stentata, passando anche per i play-out, penso che il bilancio non è stato del tutto negativo, anche perché Colomba i punti li ha fatti».

Valerio Criscuoli, Corriere dell’Irpinia

martedì 27 giugno 2006. Letture: 5043.


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